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Ritratto della sorella
Ritratto della sorella
Mia sorella
Mia sorella

Achille Funi

Ritratto della sorella, 1921

Olio su tavola, cm 49,5 x 39,5
Museo d’Arte Moderna e Contemporanea “Filippo de Pisis”, inv. 671

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Mia sorella, c. 1921

Olio su tela, cm 60,5 x 44,5
Museo d’Arte Moderna e Contemporanea “Filippo de Pisis”, inv. 674

 

I due ritratti della sorella dell’artista vennero realizzati nel 1921 circa, come ribadisce l’iscrizione aulica che corre in calce al primo: è un anno cruciale in Italia come in Francia per la definizione del moderno classicismo e per la rinnovata centralità che assume la figura nelle ricerche degli artisti in rapporto all’arte del passato. In questa fase, Funi conia una tipologia di ritratto impostato su un impianto compositivo quattro-cinquecentesco e sviluppato con un lessico sobrio e sintetico aderente all’orientamento critico espresso da Margherita Sarfatti. La sorella Margherita è uno dei suoi modelli più ricorrenti. Nel primo ritratto, di cui è stato recentemente rinvenuto uno studio, la sorella è rivestita di nobili sembianze e posture leonardesche che vengono però dissimulate in una disinvolta posa a braccia incrociate. L’autorità di quel modello era stata recentemente rilanciata dagli studi e dalle pubblicazioni fioriti nel 1919 in occasione del quarto centenario della morte di Leonardo. Questa dialettica spiazzante tra citazione colta e realtà quotidiana, che Funi eredita dalla pittura metafisica, appare più insistita nell’altro ritratto della sorella. Prelievi neo rinascimentali animano il contesto in cui si iscrive la figura, come lo sfondamento prospettico laterale o la balaustra su cui poggia il vaso, particolarmente ricorrenti nelle madonne e nei ritratti di area settentrionale. In questa cornice si iscrivono i richiami alla contemporaneità: la donna è ripresa, infatti, in una foggia informale, con un atteggiamento assorto, sullo sfondo di un moderno ed anonimo scorcio urbano colto nell’istante in cui transita una moto – un retaggio delle sue passioni di futurista. Questo frammento di vita reale appare però bloccato entro un’astratta gabbia prospettica e una costruzione per volumi geometrici (in sintonia con una diffusa riscoperta della filosofia platonica e pitagorica e con un’aspirazione ad una incorrotta armonia). Una virtuosistica stesura in punta di pennello definisce un’atmosfera sospesa e cristallina che accentua la fissità di queste immagini ed enfatizza l’espressione malinconica della protagonista, suggerendo una visione problematica affine alla poetica del “realismo magico” teorizzata nel 1925 dal tedesco Franz Roh e applicata in letteratura da Bontempelli. I dipinti vennero acquisiti dagli eredi dell’artista nel 1976, dopo la mostra monografica allestita a Palazzo dei Diamanti, assieme ad altre quattro opere, andando ad arricchire il nucleo funiano di proprietà civica.

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