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Strada di Parigi
Strada di Parigi

Filippo de Pisis

Strada di Parigi, 1938

Olio su tela, cm 73,5 x 54,5
Museo d’Arte Moderna e Contemporanea “Filippo de Pisis”
Donazione Fondazione Giuseppe Pianori, inv. 642

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Arcangeli considerava la seconda metà degli anni Trenta il periodo più felice dell’arte di De Pisis e in effetti in questi anni le sue opere parlano di una continua ricerca che non è segno di esitazione rispetto ai propri mezzi, quanto piuttosto della consapevolezza di poter spingere il proprio linguaggio verso traguardi estremi. Ciò salta agli occhi, con più evidenza che altrove, nelle vedute urbane, dove lo stile di De Pisis entra d’istinto in sintonia con la modernità della metropoli. Un documento della qualità e dell’originalità di questa produzione è Strada di Parigi del 1938, entrato nel museo di Ferrara grazie alla Fondazione Pianori. In quest’opera l’artista riduce all’essenziale non solo l’aspetto descrittivo della sua pittura, ma anche quello sensuale, concentrandolo tutto nel furore gestuale delle pennellate, mentre le rare macchie di colore puro, bianche, rosse, gialle e blu, sono un accento lirico ed espressionista che fa pensare a stagioni dell’arte ancora di lì da venire. È un muro di segni questa veduta e anche lo spazio tra i palazzi che costeggiano la strada è invaso dalla scrittura concitata del pennello. Del via vai della metropoli, ai piedi degli edifici, resta solo un’impressione, una sintesi che si avvale di un bianco e nero sostanzialmente astratto, che sale e s’infittisce sulle forme delle costruzioni sullo sfondo, per non dar tregua, infine, neppure quando lo sguardo cerca riposo nell’incerto azzurro cinerino di una piccola porzione di cielo, coperta anch’essa da un intreccio di rami scarni che si chiudono ad arco. «Monocromate, mirabilmente ma lievemente corrette dal colore, figurano ormai come turbini, aloni, risucchi», ha scritto Arcangeli di queste vedute, «la coscienza è come ridotta al minimo della presenza operante, al massimo della vibrazione, tuttavia; come fosse uno specchio isolato su cui si riflette, labile ma fermato per sempre, il ronzio interminabile dell’universo».

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