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salta l'immagine e vai ai contenuti Nudo di fanciulla

Arrigo Minerbi

Nudo di fanciulla (Il pianto del fiore), 1922

Gesso, cm 167 x 67,5 x 17
Museo d’Arte Moderna e Contemporanea “Filippo de Pisis”, inv. 1000

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Il rilievo è entrato nelle collezioni del museo a seguito del generoso lascito di Minerbi di un significativo gruppo di opere alla propria città. È una versione in gesso, forse uno studio, del riquadro centrale del monumento sepolcrale ad Angelo Radaelli (1856-1918), presso il Cimitero Monumentale di Milano, datata dall’artista al 192 2 nella monografia del 1953. Il titolo dell’opera, Il pianto del fiore, è tratto dall’iscrizione che compare in calce alla lastra marmorea (come testimonia una foto d’epoca), e si ricollega tematicamente tanto all’epitaffio posto sulla base – «Fu la casa il tuo tempio / il giardino il tuo regno» – quanto all’elegante motivo delle orchidee che adorna la lunetta in cima alla stele. Sembra infatti che il monumento sia stato realizzato «in morte di un giardiniere», come documenta un commento al rilievo, pubblicato nel catalogo della Mostra d’arte ferrarese del 1928, dove venne esposto in una mostra individuale dedicata allo scultore. Il trattamento del rilievo ferrarese sembra emulare per la fluidità del modellato esempi della plastica quattrocentesca. Sul piano iconografico si direbbe che nella figura allegorica affiori la reminiscenza di matrice classica della venus pudica, forse rivisitata alla luce della sua eredità nella pittura del quattrocento fiorentino e successivamente nella produzione preraffaellita. Negli anni giovanili di Minerbi la pittura inglese godeva infatti di una grande fortuna in Italia e in particolare a Firenze, dove egli inizia a lavorare prima di trasferirsi a Milano. Sono queste le coordinate stilistiche della prima maniera di Minerbi, cui bisogna aggiungere il contatto con Bistolfi e Wildt: attraverso di esse lo scultore perviene ad una sintesi tra naturalismo e stilizzazione delle forme, che traspone sul piano ideale dell’allegoria. «Sente la linea e la forma con una potenza che lo ricongiunge alla tradizione classica, ma, nel senso dato solitamente a queste parole, non è un tradizionalista », scrive Anselmo Bucci su «Emporium» nel 1919, recensendo la prima personale alla Galleria Pesaro che segna l’affermazione pubblica di Minerbi. Nel corso del decennio successivo, l’affinità con il classicismo di Novecento si manifesta nel progressivo abbandono della ricercata tensione lineare per una definizione solida e piena delle sembianze naturali.

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