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Il ponte di Charing Cross, Londra
Il ponte di Charing Cross, Londra

Alberto Pisa

Il ponte di Charing Cross, Londra, 1901

Olio su tela, cm 87 x 122,5
Museo dell’Ottocento, inv. 590

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Attorno al 1900 i paraggi di Charing Cross, cuore e centro geometrico della metropoli, sono fra gli scorci di Londra maggiormente rappresentati dagli artisti. Fra i dipinti più celebri è la serie di tele dipinte da Monet fra il 1899 e il 1902, raffiguranti il ponte ferroviario sul Tamigi in ogni condizione di luce e di atmosfera. Negli stessi anni Alberto Pisa ritrae i medesimi luoghi in modo certamente più convenzionale e tuttavia non privo di attrattiva, richiamando nel taglio compositivo le scene urbane dipinte dagli impressionisti nei decenni precedenti, che l’italiano aveva visto durante la sosta parigina del 1886.

La tela del museo ferrarese si eleva dalla produzione più commerciale di Pisa ed è certamente una delle sue opere più felici per il modo in cui, rinunciando alla ricerca del pittoresco e alla precisa individuazione topografica del sito (che si può identificare solo dal titolo) giunge alla definizione dell’ambiente urbano attraverso pochi elementi essenziali: la strada e il marciapiede luccicanti di pioggia, la diagonale del ponte, la fila delle carrozze. Più che ai seducenti acquerelli di Sargent o alle inarrivabili sinfonie astratte di grigi con cui Whistler aveva fatto della nebbia londinese un soggetto poetico, Pisa sembrerebbe essersi ispirato ai dipinti di John Atkinson Grimshaw, il pittore tardo-vittoriano che aveva dato del tradizionale paesaggio romantico al chiaro di luna un’innovativa interpretazione urbana. Non è la luce argentea dell’astro a filtrare dalla coltre di vapore e nebbia, ma quella del faro di un’invisibile locomotiva, mentre lo smorzarsi in lontananza dei lumi giallognoli dei lampioni e delle vetture induce moderne malinconie. Fra passanti che percorrono indifferenti la loro strada, la madre protegge il suo piccolo dal freddo, mentre il padre, un operaio, guarda lontano con le mani affondate nelle tasche del giaccone, forse senza lavoro, forse preoccupato per il futuro.

Esposto alla Biennale di Venezia del 1901, il dipinto è stato acquistato da cittadini ferraresi per essere donato alla Pinacoteca civica.

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