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Panem nostrum quotidianum
Panem nostrum quotidianum

Giuseppe Mentessi

Panem nostrum quotidianum, 1894-95

Olio su tela, cm 107,5 x 115,5
Museo dell’Ottocento, inv. 50

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È l’opera più celebre di Mentessi e un’icona della pittura d’impegno sociale fra Otto e Novecento. Raffigura una giovane contadina dall’aspetto triste e sofferente con la figlia malata in braccio, circondata fino alle spalle da rigogliose piante di granoturco che sembrano opprimere le due donne. All’estrema semplicità dell’immagine, incentrata sulla figura della madre, tagliata a tre quarti per dare evidenza ai volti, corrisponde un’analoga essenzialità di mezzi pittorici: larghe e corpose pennellate brune sbozzano il gruppo di madre e figlia, che emerge dal fondo giallo ocra del campo di mais e contro l’azzurro chiaro del cielo. Zeno Birolli ha parlato di «realismo autenticato sulle cose della terra» che fa di Panem nostrum quotidianum «uno dei quadri più moderni di Mentessi […]: un’immagine profondamente drammatica, non retorica, persino verista nella sua evidenza di tema quasi biografico». Se certo il dipinto di Mentessi partecipava all’ambiguità di fondo del verismo sociale di epoca umbertina – propenso al pietismo umanitario e sentimentale nei confronti degli umili piuttosto che alla denuncia di una condizione storicamente determinata – esso faceva tuttavia preciso riferimento a una delle questioni all’epoca più dibattute sull’arena politica: il diffondersi nelle campagne della pellagra, una malattia da denutrizione dovuta alla riduzione della dieta dei contadini ai soli derivati del mais, che i socialisti giustamente riconducevano allo sfruttamento intensivo e al peggiorare delle condizioni di vita dei braccianti.

Mentessi presentò il dipinto alla prima Biennale di Venezia del 1895 dopo averlo lungamente elaborato. In seguito tenne sempre l’opera presso di sé, mettendovi mano fin negli ultimi anni di vita, come testimoniò l’avvocato Luigi Majno, influente sostenitore ed erede di Mentessi, che donò la tela alla Pinacoteca civica di Ferrara nel 1932, dopo la morte dell’artista.

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