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I musei sono chiusi per lavori di restauro. Una selezione delle opere Ŕ esposta al Castello Estense

I musei sono chiusi per lavori di restauro. Una selezione delle opere Ŕ esposta al Castello Estense

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Biografie

Giovanni Antonio Baruffaldi

(Ferrara 1781 – Roma 1832)

Dopo aver studiato a Ferrara con Santi, si reca a Venezia al seguito di Leopoldo Cicognara e frequenta il corso di calcografia di Galgano Cipriani all’Accademia. Nei primi anni Dieci Cicognara gli commissiona alcune incisioni per le illustrazioni della sua Storia della scultura. Studia con attenzione Raffaello e i puristi, elaborando un classicismo di impronta nordica riscontrabile in particolare nel Tancredi battezza Clorinda morente. Patrocinato dal Comune di Ferrara si trasferisce a Roma per perfezionare la sua arte, ma sceglie successivamente di dedicarsi alla vita claustrale. 

Umberto Boccioni

(Reggio Calabria 1882 – Verona 1916)

Stabilitosi a Roma nel 1899, è attratto dal divisionismo di Balla, dalla pittura simbolista e dagli scritti filosofici di Sorel, Nietzsche e Renan. Nel 1906 si reca a Parigi e in Russia, per poi stabilirsi l’anno successivo a Milano, dove realizza opere divisioniste, prediligendo i temi sociali e il paesaggio urbano. Stretta amicizia con Marinetti, nel 1910 è tra i firmatari dei manifesti Pittori Futuristi e Tecnico della Pittura Futurista. Sviluppa in questi anni i concetti di dinamismo e simultaneità, basati sulla teoria del movimento. Nel 1912 teorizza nel Manifesto della Scultura Futurista l’abolizione della forma chiusa e la compenetrazione di oggetto e ambiente. Le sculture polimateriche e i collage, realizzati nel 1914, prevedono l’inserimento di frammenti di giornale in analogia con la contemporanea produzione cubista. Arruolatosi volontario allo scoppio della prima guerra mondiale, scompare prematuramente a Verona nel 1916. 

Giovanni Boldini

(Ferrara 1842 – Parigi 1931)

Avviato alla pittura dal padre Antonio, nel 1864 si trasferisce a Firenze, dove si accosta ai macchiaioli, che frequenta nei locali del Caffè Michelangelo e grazie all'amico Cristiano Banti. Nel 1867 si reca per la prima volta a Parigi dove visita l’Esposizione universale, le mostre personali di Manet e Courbet, la retrospettiva di Millet e la mostra commemorativa di Ingres. Dopo una breve permanenza a Londra, alla fine di ottobre del 1871 si trasferisce definitivamente a Parigi, dove rimarrà fino alla morte, avvenuta nel 1931. Nella capitale francese realizza dapprima opere per il mercato e i collezionisti del vecchio e del nuovo continente, senza rinunciare a confrontarsi con la più moderna pittura realista e impressionista. Tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio del decennio successivo si afferma come ritrattista dell'alta società internazionale. La sua pennellata veloce e sintetica rende a pieno le raffinate atmosfere della Belle Époque. Nel 1918 il governo francese lo insignisce della Legione d’Onore. 

Aroldo Bonzagni

(Cento 1887 – Milano 1918)

Studia alla Scuola di Disegno e Ornato di Cento con Marcello Basilio Mallarini e si trasferisce a Milano nel 1903 per frequentare l’Accademia di Brera, dove conosce Carrà e Boccioni. Con loro firma il Manifesto dei pittori futuristi nel 1910, ma dopo pochi mesi si distacca dal gruppo per contrasti sull’uso della tecnica divisionista. La sua ricerca, influenzata dalla corrente Jugendstil e dal segno di Toulouse-Lautrec, non si vincola ad assunti teorici. Inizia a dedicarsi anche ad una pungente satira di costume in chiave espressionista. È presente alla Biennale di Venezia del 1912 e collabora come illustratore con il settimanale «L’Avanti della Domenica». Nel 1914 è di nuovo ammesso alla Biennale di Venezia e compie un lungo viaggio in Argentina. Con l’entrata in guerra dell’Italia si intensifica la sua produzione di vignette satiriche. Nel 1915 si tiene la sua prima personale al Palazzo delle Aste di Milano. Nel 1917 è alla mostra della Permanente. Mentre sta preparando la personale alla Galleria Pesaro, muore di febbre spagnola.

Carlo Carrà

(Quargnento 1881 – Milano 1966)

Trasferitosi a Milano nel 1895, Carrà studia all’Accademia di Brera e frequenta la Famiglia Artistica, dove incontra Russolo e Boccioni. Assieme a loro, nel 1910, firma il Manifesto dei pittori futuristi e il Manifesto tecnico, partecipando alle mostre del gruppo in Italia e all’estero. In seguito entra in contatto con l’ambiente dell’avanguardia parigina e con la cerchia fiorentina di «Lacerba» e si distacca progressivamente dalle poetiche del dinamismo futurista, sviluppando una personale riflessione critica sui valori “costruttivi” della tradizione pittorica italiana da Giotto a Paolo Uccello. Nel cruciale 1917 incontra Giorgio de Chirico a Ferrara ed elabora una particolare visione della pittura metafisica centrata sul mistero delle cose ordinarie. Dopo la prima guerra mondiale, rientrato a Milano, collabora con la rivista «Valori Plastici» e poi con il quotidiano «L’Ambrosiano» ed espone alla Biennale di Venezia e alle mostre di Novecento: la sua opera pervasa da una sospensione “mitica” è nutrita di varie suggestioni, dalla pittura trecentesca alla lezione di Cézanne. Nel corso degli anni Trenta, Carrà realizza pitture murali per importanti edifici pubblici e, nel dopoguerra, prosegue l’impegno critico e teorico accanto all’attività artistica, ricevendo importanti riconoscimenti internazionali.

Angelo Conti

(Ferrara 1812 – 1876)

Allievo di De Maria all’Accademia di Bologna, passa nel 1827 all’Accademia di San Luca di Roma, dove fino al 1830 è premiato annualmente ai concorsi. Nel 1838 gli è commissionato il Monumento a Benvenuto Tisi detto “il Garofalo” per la Certosa di Ferrara. Presente per lunghi periodi a Roma, espone nel 1857 Donna velata nell’harem alla mostra annuale della Società degli amatori e cultori delle belle arti. Nel 1860 è incaricato di trasformare il busto di Lorenzo dalle Bande Nere in Lorenzo de’ Medici e di realizzare quello di Stesicoro, entrambi da collocarsi nel giardino del Pincio. Appassionato paleontologo, pubblica nel 1864 Il Monte Mario ed i suoi fossili subapennini e nel 1869 dona la sua collezione di fossili al Comune di Ferrara in cambio dell’acquisto dell’opera Allegoria della notte. Nel 1870 è presente all’Esposizione nazionale di Parma. Tra le sue opere figura un busto di Ludovico Ariosto collocato nel 1875 nell’omonimo liceo ferrarese.

Filippo de Pisis

(Ferrara 1896 – Milano 1956)

Nato nella nobile famiglia ferrarese dei Tibertelli, dimostra talento artistico fin da giovanissimo e partecipa attivamente alla vita culturale della sua città. Nel 1916 stringe amicizia con De Chirico, Savinio e Carrà, che prestavano servizio militare a Ferrara, mantiene rapporti con il dadaista Tristan Tzara e realizza collage e testi teatrali ispirati al teatro futurista. Mette a punto in questi anni una personale e intimistica declinazione della metafisica. Stabilitosi a Roma, nei primi anni Venti studia l’arte classica e barocca. Nel 1925 si trasferisce a Parigi, pur mantenendo un’intensa attività espositiva in Italia. Attraverso lo studio dei maestri dell’impressionismo e del fauvismo fonde le atmosfere metafisiche con un lirismo reso attraverso veloci appunti visivi. Rientrato in Italia, si stabilisce nel 1939 a Milano per poi passare nel 1943 a Venezia. L’attività dei suoi ultimi anni è segnata dalla malattia, che si rispecchia in una produzione dai toni sempre più rarefatti.

Gaetano Domenichini

(Ferrara 1786 – 1864)

È allievo di Alberto Mucchiatti a Ferrara, successivamente frequenta le accademie di Venezia e Roma, nellla pittura di paesaggio e nella litografia. Dal 1828 al 1863 è docente di Ornato e Figura alla scuola di Ferrara, dedicandosi anche all’insegnamento delle tecniche del restauro per cui ha come allievo Alessandro Mantovani, che diverrà poi il restauratore delle Logge Vaticane. Abile soprattutto nel disegno, svolge attività di copista traendo diverse incisioni da antichi dipinti ferraresi, tra cui l’Adorazione dei Magi e l’Identificazione della Vera Croce di Garofalo e il Giudizio universale del Bastianino in Cattedrale. Si dedica anche alla realizzazione di apparati effimeri e di scenografie, come per il sipario del Teatro di Ostiglia. Sono sue alcune decorazioni per il Teatro Comunale di Ferrara e per i palazzi Giglioli e Finotti.

Girolamo Domenichini

(Ferrara 1813 – 1891)

Primogenito di Gaetano, suo primo maestro, nel 1832 va a Firenze per frequentare l’Accademia, seguendo i corsi di Pietro Benvenuti e Giuseppe Bezzuoli. Nel 1835 si trasferisce a Roma, dove vince il primo premio di pittura all’Accademia di San Luca. Rientrato a Ferrara nel 1837, realizza la pala San Maurelio e altri santi protettori di Ferrara per la Chiesa Nuova. Nel 1848 vince la cattedra di Ornato applicato alle Arti e Mestieri, dove saranno suoi allievi Boldini, Previati e Mentessi. Romantico di scuola storica, votato in particolare alla rappresentazione di vicende legate alla storia comunale, sceglie come riferimento culturale gli affreschi di Schifanoia. Come decoratore collabora con Francesco Migliari alla chiesa del Gesù, al Casino dei Nobili e in vari palazzi della città. È in gran parte sua la decorazione del Teatro Comunale realizzata nel 1850. Dal 1857 realizza un’ampia parte delle decorazioni della chiesa di San Francesco. Svolge anche l’attività di restauratore e compie numerosi rilievi di opere antiche. Nel 1868 è tra i promotori della Società “Benvenuto Tisi”. È presente a Parma nel 1870 alla mostra organizzata nell’ambito del Primo Congresso Artistico.

Achille Funi

(Ferrara 1890 – Appiano Gentile 1972)

Allievo dell’Accademia di Brera, si accosta al futurismo, di cui fornisce una personale declinazione nel gruppo Nuove tendenze. Volontario allo scoppio della prima guerra mondiale, nel dopoguerra frequenta il salotto di Margherita Sarfatti e diviene uno dei protagonisti del ritorno all’ordine. L’atmosfera dell’inizio degli anni Venti lo conduce a essere uno dei fondatori nel 1922 del gruppo Novecento. Partecipe della riscoperta del rinascimento ferrarese, arricchisce il suo repertorio di forme e modelli tratti dalla cultura locale, ma anche dalla statuaria classica studiata a Roma, Napoli e Pompei. Firmatario nel 1933 del Manifesto della pittura murale di Sironi, è autore di numerosi cicli di affreschi, tra cui quelli della Sala della Consulta di Ferrara (1933-37) e del Palazzo di Giustizia di Milano (1938). Nel secondo dopoguerra ripropone i suoi stilemi in decorazioni di edifici pubblici e privati, dedicandosi dagli anni Sessanta sempre più alla pittura di paesaggio.

Vincenzo Gemito

(Napoli 1852 – 1929)

Allievo di Morelli all’Accademia di Napoli, dove stringe amicizia con Antonio Mancini, orienta la sua ricerca in direzione antiaccademica e verista. Negli anni Settanta lavora spesso sul tema del pescatore e realizza ritratti e figure di popolani. Nel 1877 si reca a Parigi, dove conosce Meissonier e rende la sua tecnica più rifinita e rigorosa. L’anno successivo partecipa all’Esposizione universale di Parigi con il Gran pescatore e i ritratti di Morelli e Verdi, riscuotendo un discreto successo. Rientrato a Napoli nel 1880, nel 1885 gli viene commissionata la statua di Carlo V per il palazzo reale della città. La morte della sua compagna e le difficoltà incontrate nella realizzazione di un’opera in marmo di grandi dimensioni gli provocano un grave esaurimento nervoso. Fino al 1909 vive in completa reclusione, continuando, tuttavia, a lavorare. La sua ultima produzione, sostenuta da un attento studio della statuaria classica, è caratterizzata dall’uso di materiali preziosi lavorati a cesello.

Massimiliano Lodi

(Ferrara 1816 – Venezia 1871)

È allievo di Gaetano Domenichini a Ferrara, poi di Antonio Zona all’Accademia di Venezia. Si delinea fin da questa fase la sua propensione per la pittura romantica di soggetto storico caratterizzata da un tono accademico. Finiti gli studi compie un viaggio a Vienna e al ritorno si divide tra Venezia e Bologna. Nel 1859 torna stabilmente a Ferrara, incaricato come docente alla Scuola di nudo. Qui nel 1860 dipinge gli apprezzati Ariosto legge l’Orlando Furioso alla presenza della corte estense e Savonarola al cospetto di Carlo VIII. Alla fine degli anni Sessanta torna a stabilirsi a Venezia.

Roberto Melli

(Ferrara 1885 – Roma 1958)

Dopo una prima formazione ferrarese, lavora a Genova come apprendista presso un intagliatore di legno e si accosta alla xilografia. Trasferitosi a Roma, nel 1913 espone alla mostra della Secessione romana, si interessa al futurismo e nel 1914 è tra i fondatori del Gruppo Moderno Italiano. Svolge un’intensa attività teorica dapprima sulle pagine di «Valori Plastici» e più tardi su quelle di «Quadrivio». Negli anni Venti si dedica per lo più al cinema e al cartellonismo. Le opere del decennio successivo, memori della metafisica e della lezione morandiana, sono costruite con campiture di colore puro, che preludono al tonalismo dei più giovani Capogrossi e Cavalli con cui firma il Manifesto del Primordialismo Plastico. Dopo un periodo di grandi difficoltà in seguito alle leggi razziali del 1938, nel 1945 ottiene la cattedra di pittura all’Accademia di Roma. Nel 1950 la Biennale di Venezia gli dedica una personale, seguita nel 1958 da una retrospettiva presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

Giuseppe Mentessi

(Ferrara 1857 – Milano 1931)

Figlio di modesti agricoltori, studia disegno al Civico ateneo di Ferrara, dove stringe amicizia con Previati. Passa quindi all’Accademia di Parma, dimostrando un precoce interesse per la scenografia, e poi a quella di Brera. A Milano entra in contatto con l’ambiente della tarda scapigliatura e in particolare con Tallone, Longoni e Bistolfi e l’avvocato socialista Luigi Majno. Dal 1880 assiste Luca Beltrami a Brera nell’insegnamento del disegno architettonico per poi divenire lui stesso cattedratico nel 1887. Nel corso degli anni Ottanta emerge una sua vena fantastica in sintonia con le ricerche dei suoi amici Previati e Conconi. Lo stile divisionista e i temi sociali caratterizzano la sua produzione degli anni Novanta. Nel 1895 presenta alla Biennale di Venezia Panem nostrum quotidianum con cui affronta il problema della malnutrizione nelle campagne ferraresi. Il tema del dolore e della miseria è ripreso negli anni successivi in opere dalle suggestioni simboliste incentrate su figure materne.

Arrigo Minerbi

(Ferrara 1881 – Padova 1960)

Nasce in una famiglia di origini ebraiche. Dopo aver seguito un corso d’arti e mestieri, nel 1901 esordisce con il Busto di un colono alla mostra della società “Benvenuto Tisi”. In quello stesso anno si sposta a Firenze dove frequenta le lezioni di Giovanni Fattori all’Accademia e lavora come ceramista e decoratore. Nel 1912 è presente alla Biennale di Venezia. Dopo alcuni anni a Genova, verso il 1815 si reca a Milano dove nel 1819 tiene una personale alla Galleria Pesaro che gli porta successo di critica e di pubblico. Il suo stile, da un’iniziale vicinanza al morbido simbolismo di Bistolfi, si avvicina al liberty di Wildt, conosciuto a Milano. Negli sviluppi della sua produzione si riconoscono poi suggestioni puriste neoquattrocentesche e influssi novecentisti. Nel 1920 è alla Regionale d’Arte Emiliano-Romagnola di Ferrara e nel 1922 alla Primaverile Fiorentina. È tra gli artisti prediletti da Gabriele D’Annunzio, che gli commissiona il monumento funebre alla madre Luisa nella chiesa di San Cetteo a Pescara. Nel 1932 è invitato alla Biennale di Venezia e nel 1936 gli viene affidata una delle cinque porte bronzee del Duomo di Milano, che a causa delle persecuzioni razziali può completare solo nel 1948. Tra i lavori degli ultimi anni spicca la grande Madonna in rame per la cima del Monte Mario a Roma.

Giovanni Muzzioli

(Modena 1854 – 1894)

Allievo dell’Accademia di Modena, al tempo orientata verso una locale versione del verismo, si perfeziona presso la romana Accademia di San Luca sotto la guida di Francesco Podesti. Il suo saggio del 1874, Abramo e Sara alla corte del Faraone (Modena, Galleria Poletti), rivisita il tradizionale tema biblico alla luce dell’orientalismo. A Firenze nel 1876 realizza le prime opere neopompeiane attente alla lezione di artisti quali Morelli, Gérôme, Leighton e Alma Tadema. Riscuote apprezzamenti a livello locale e nelle maggiori esposizioni internazionali come la Biennale di Venezia del 1887 e l’Esposizione universale di Parigi del 1889. Accanto ai temi neopompeiani e orientalizzanti, pratica anche i soggetti moderni e la pittura di paesaggio con un linguaggio memore della lezione macchiaiola e realizza ritratti solidamente veristi. La sua prematura scomparsa viene commemorata da una solenne orazione di Adolfo Venturi e da una retrospettiva dedicatagli dalla sua città natale.

Enzo Nenci

(Mirandola 1903 – Virgilio di Mantova 1972)

Giovanissimo si trasferisce con la famiglia a Ferrara per motivi legati al lavoro del padre. Nel 1921, dopo essersi diplomato come musicista, Nenci si iscrive all’Accademia di Firenze dove studia plastica con Ezio Ceccarelli. Inizialmente è attratto da un realismo ellenizzante. Dal 1923 al 1925 è a Roma per il servizio militare e, frequentando il Caffè Aragno, entra in contatto con il clima novecentista. Tornato a Ferrara nel 1924, si immerge nel vivace ambiente culturale promosso dal «Corriere Padano», e l’anno dopo è presente alla Regionale d’Arte Emiliano-Romagnola al Castello Estense. La sua ricerca si concentra soprattutto sul soggetto dell’“adolescente”, dove si delinea uno spiccato interesse per la terracotta e il marmo. Tra i suoi riferimenti ci sono il goticismo di Wildt e la compatta stilizzazione di Rambelli. Negli anni Trenta inizia a ricevere commissioni per opere private e pubbliche a Bologna, Venezia, Ferrara e in Libia. Dopo la guerra si trasferisce con la moglie e i cinque figli a Mantova dove, per necessità economiche, inizia a lavorare come capo-chimico nello zuccherificio. Gli anni Sessanta, con la ripresa di committenze, gli portano un tardivo riconoscimento pubblico.

Giovanni Pagliarini

(Ferrara 1809 – 1878)

Allievo di Gregorio Boari e di Giuseppe Saroli, nel 1829 inizia a frequentare l’Accademia di Venezia dove segue Odorico Politi. Si fa notare alla Mostra Ferrarese del 1830 con la copia della Fede di Tiziano. Dopo essersi sposato, nel 1834 va a Firenze dove frequenta la scuola di pittura di Pietro Benvenuti. Nel 1835 è a Vienna per eseguire copie di dipinti italiani e da lì poi a Trieste, dove sviluppa una pittura di genere neo-seicentista, e infine a Udine dal 1841 al 1859, realizzandovi la Predica del Battista per la chiesa di San Cristoforo e la Predicazione di San Pietro che in seguito donò al Comune di Ferrara e oggi è nel deposito dei Musei d’Arte Antica. Muovendo dal naturalismo romantico veneziano, si distingue per la ricerca di una “verità naturale”. Torna a Firenze nel 1861 per esporre alla prima Mostra Nazionale. Nel frattempo, le necessità economiche derivate da problemi di salute lo portano a sviluppare la produzione ritrattistica. Nel 1871 ottiene la cattedra di Figura presso l’Ateneo ferrarese, dove tra i suoi allievi ci sarà Gaetano Previati.

Alberto Pisa

(Ferrara 1864 – Firenze 1930)

Legato da amicizia con Boldini fin dall’infanzia, studia dapprima a Ferrara con Domenichini e poi alle accademie di Roma e Firenze, dove si accosta ai macchiaioli. Nel 1886 a Parigi aggiorna il suo linguaggio sulla pittura francese. Stabilitosi a Londra, dove risiede per quasi trent’anni, intrattiene rapporti con Sargent e Whistler. Particolarmente ricercate sul mercato internazionale sono le sue scene di genere e le sue vedute londinesi velocemente realizzate all’acquarello. Lavora anche come apprezzato illustratore di guide turistiche anglosassoni (Rome di R. Tuker e H. Malleson, 1905; Pompei di W.M. Mackenzey, 1910; Sicily di S.C. Musson, 1911). Rientrato a Firenze nel 1920, continua a dedicarsi al paesaggio e alla veduta, recuperando le giovanili esperienze macchiaiole.

Mario Pozzati

(Comacchio 1888 – Asiago 1947)

Nel 1897 si trasferisce con la famiglia a Bologna, dove frequenta l’Istituto di Belle Arti e l’Accademia. Si appassiona ai maestri dell’illustrazione, realizzando alcune caricature per il foglio satirico «Il Mulo» e «Il Resto del Carlino». Collabora con varie riviste e agenzie pubblicitarie e, grazie al successo in questo settore, negli anni Venti si reca a Buenos Aires per lavorare nello studio “Pum en el ojo”. Tornato in patria, si dedica alla ricerca pittorica appartandosi con la famiglia sui Colli Euganei. Nelle sue opere privilegia la rappresentazione di un’umanità marginale svolta con violenza espressionista. Nella definizione architettonica dei volumi, sviluppa modalità di trattamento della materia che sembrano presagire l’informale. Nel 1934 partecipa alla IV Mostra Interprovinciale d’Arte di Bologna e nel 1935 è alla II Quadriennale di Roma. Nel 1943 riprende a frequentare Bologna e la nuova Galleria Ciangottini, dove tiene la sua prima personale nella città felsinea. Del 1945 è la personale a Palazzo Re Enzo e l’anno successivo espone alla Galleria di Cronache. Nel 1947 dopo l’improvvisa morte causata da una polmonite, si tengono la retrospettiva di Palazzo Montanari a Bologna e una personale alla Biennale di Venezia.

Gaetano Previati

(Ferrara 1852 – Lavagna 1920)

Allievo a Firenze di Cassioli, completò dal 1877 la sua formazione all’Accademia di Brera. Le sue prime opere, realizzate con una gamma cromatica scura e contrastati effetti luministici, rivelano nei soggetti patriottici e melodrammatici un’adesione al tardoromanticismo postrisorgimentale. Il contatto con gli ambienti scapigliati e l’amicizia con Luigi Conconi lo orientano negli anni Ottanta verso i temi sociali e il simbolismo europeo. Nel 1891 presenta alla Triennale di Brera Maternità (Novara, Banca Popolare), opera divisionista realizzata con la caratteristica pennellata filamentosa. Grazie all’appoggio del mercante Grubicy espose con il gruppo divisionista in Italia e all’estero. I contatti con il gruppo francese della Rose-Croix e con i preraffaelliti rispecchiano, in particolare, il suo costante interesse per la pittura di idee. È anche autore delle importanti opere teoriche Tecnica della pittura (1905), Principi scientifici del divisionismo (1906) e Della pittura. Tecnica e arte (1913).

Mimì Quilici Buzzacchi

(Medole 1903 – Roma 1990)

Trascorre la sua giovinezza nella provincia di Ferrara, città della madre. Fin da adolescente coltiva il talento per la pittura e l’incisione. Nel 1923 inizia a prendere lezioni da Edgardo Rossaro e l’anno seguente De Pisis le dedica un articolo sul «Corriere Padano». Nel 1925 partecipa alla Mostra Ferrarese e nel 1928 è alla Biennale di Venezia. L’anno successivo sposa Nello Quilici, direttore a Ferrara del «Corriere Padano». In quegli anni sviluppa uno stile neo-giottesco. Dal 1931 al 1959 è invitata alla Quadriennale di Roma, e partecipa ancora alla Biennale di Venezia nel 1932, dove sarà presente in altre cinque edizioni fino al 1950. Le xilografie hanno grande rilievo nella sua produzione, dedicate spesso a rappresentazioni di una Ferrara con echi metafisici. Nel 1938 inizia gli affreschi per la Cappella del Villaggio Corradini in Libia. Nel dopoguerra si trasferisce con i due figli Folco e Vieri a Roma, dove la sua ricerca viene arricchita di nuovi stimoli che rendono il segno più tormentato. Nel 1949 tiene una personale a Palazzo Antici Mattei, seguita da numerose mostre in gallerie italiane ed europee. Nel 1972 espone al Centro Attività Visive di Ferrara e del 1976 è la sua antologica di Palazzo Braschi a Roma.

Mario Sironi

(Sassari 1885 – Milano 1961)

Allievo della Scuola libera del nudo di Roma, conosce Boccioni e Severini nello studio di Balla. All’inizio degli anni Dieci fonde la ricerca futurista con elementi tratti dal polimaterismo cubista e dalla grafica espressionista, caratterizzando sin da questi anni la sua produzione con toni scuri e un segno grafico e strutturato. Dopo aver partecipato come volontario alla prima guerra mondiale, sottoscrive con Dudreville, Funi e Russolo il manifesto Contro tutti i ritorni in pittura in polemica con la rivista «Valori Plastici». Realizza in questo periodo paesaggi urbani e periferie industriali. Nel 1922 è tra i fondatori del gruppo Novecento, sostenuto da Margherita Sarfatti. Nel 1933 redige il Manifesto della pittura murale. Da questa data si dedica soprattutto alla decorazione di edifici pubblici (Aula magna dell’Università di Roma, 1935; Palazzo di Giustizia di Milano, 1936). Nel secondo dopoguerra torna forzatamente alla pittura e rifiuta nel 1952 una mostra personale alla Biennale di Venezia.

Gaetano Turchi

(Ferrara 1817 – Firenze 1851)

Abbandona anzitempo gli studi regolari per iscriversi alla Scuola comunale d’Ornato dove ha come maestro Gaetano Domenichini. Qui si distingue in “disegno dal rilievo” per cui riceve anche un premio nel 1835. Con la vittoria si reca a studiare all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove diventa allievo del pittore romantico Giuseppe Bezzuoli. Si perfeziona come pittore di storia e ritrattista e nel 1838 viene premiato dall’Accademia per il Tasso in Sant’Anna. Si reca a Roma nel 1840 per studiare con Vincenzo Camuccini. In quell’anno presenta ancora a Firenze il Diluvio universale che gli procura un altro riconoscimento. Nel panorama ferrarese la sua ricerca di fonti di ispirazione si distingue come una tra le più originali. La sua pittura, romantica soprattutto nei soggetti e nell’atmosfera, è purista nello stile. Si sposa nel 1841 con la figlia del pittore Pietro Carloni, Leopolda Maria, che gli darà due figli. Nel 1845, a soli 28 anni, viene nominato accademico di merito dall’Accademia di Belle Arti di Perugia, ma nel luglio dello stesso anno iniziano i sintomi della malattia che lo porterà a una morte prematura.

Giuseppe Virgili

(Voghiera 1894 – Bologna 1968)

Si forma all’Accademia di Bologna, diplomandosi in scultura nel 1914 con Enrico Barbieri. Lavora per un anno a Milano nello studio di Arrigo Minerbi. Il simbolismo delle prime opere si evolve presto in un limpido naturalismo. Negli anni Venti, mediando tra classicità e realismo, sviluppa sia una ritrattistica attenta alla grazia e alla delicatezza psicologica, che una produzione monumentale più di maniera ma senza eccessi retorici; grazie a quest’ultima ha i primi successi di critica. Nel 1928 comincia a insegnare all’Istituto d’arte “Dosso Dossi” di Ferrara, e in questo periodo inizia l’attività espositiva. Nel 1938 vince il Concorso per il bassorilievo della XXI Biennale di Venezia. Durante gli anni della guerra attua una svolta espressionista con tonalità arcaiche in piccole terrecotte. Nel 1943 è alla Quadriennale di Roma, alla quale poi parteciperà anche nel ‘48, ‘59 e ‘65. Nel 1954 espone alla Biennale di Venezia. In questi anni la sua produzione tende a un’astrazione lirica attuata prima in volumi che si assottigliano, poi di nuovo, nel decennio successivo, nelle grandi masse. Nel 1966 è presente a Palazzo dei Diamanti nella rassegna Cinque artisti ferraresi.

Annibale Zucchini

(Ferrara 1891 – Garbagnate Milanese 1970)

Entra in contatto con il mondo artistico trasferendosi a Roma per studiare architettura. Dopo la laurea, nel 1916 è assunto negli stabilimenti siderurgici dell’Ansaldo di Genova e inizia in quel periodo la propria ricerca accostandosi al futurismo. Morto il fratello Ivo in guerra, torna dalla famiglia a Ferrara ma, deciso a perseguire la propria vocazione artistica, ritorna nuovamente a Roma nel 1927 entrando in contatto con la Scuola Romana. Nel 1938 espone alla Quadriennale, dove sarà presente anche nel ‘48, ‘51 e ‘55. Nel 1942 è in mostra alla Galleria Gianferrari di Milano, città dove si avvicina al gruppo di Corrente con cui esporrà alla galleria di Via della Spiga. Tornato a Ferrara dalla madre ammalata, si accosta a soggetti religiosi, in particolare a quello della Pietà. Nel dopoguerra, influenzato dalla scultura di Barlach, inizia a lavorare il legno, semplificando le forme in chiave arcaica ed espressionista. Con il ciclo dei Totem, negli anni Sessanta i volumi si fanno più puri ed organici. Espone alla Galleria Pater di Milano, poi a Parigi alla Galerie des Jeunes e alla Galerie Artemont.

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Gallerie d'Arte Moderna e Contemporanea

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